Probabilmente influenzato dalla mia formazione in discipline Tecnico-Scientifiche, sono attratto da metodi più simili a quelli delle scienze naturali. In altre parole, prendendo in prestito il termine usato dai miei amici che si occupano di discipline umanistiche, tendo a pormi con un approccio positivista/oggetivista. Tendo inoltre ad essere particolarmente attratto dai metodi deduttivi: preferisco considerare i problemi da una prospettiva generale e su larga scala.
Per questa ragione, temo che molti troveranno piuttosto limitata la quantità di contenuti direttamente dedicati al Karate, e a volte anche alle arti marziali in generale, nella mia sezione di questo blog!
Fortunatamente, la letteratura in termini di storia del Karate disponibile per chi non parla e legge giapponese è oggi estremamente ricca e aggiornata, con molti ricercatori attivi sia sulla carta stampata che sul web 1Per una lista non esaustiva degli autori attivi in quest’ambito si possono citare: Mark Bishop, Christopher M. Clarke, Thomas Feldmann, Patrick McCarthy, Mario McKenna, Motobu Naoki, Andreas Quast, Eric Shahan, Joe Swift, Henning Wittwer..
Tuttavia, ciò che intendo includere qui, nel mio piccolo, sono elementi che ritengo rilevanti per la comprensione del Karate come fenomeno, e che hanno certamente aiutato la mia comprensione come praticante di quest’arte.
In questo articolo, desidero esaminare brevemente la storia di una delle più antiche tradizioni di arti marziali documentate nell’Asia orientale e la sua evoluzione come forme e obiettivi in Cina e in Giappone.
Il tiro con l’arco è presente in Cina fin dall’antichità e, sebbene fosse utilizzato per la caccia e la guerra, sembra aver acquisito un significato anche simbolico o spirituale molto rapidamente (Lorge 2012[1]).
All’epoca di Confucio, tra il VI e il V secolo a.C., il tiro con l’arco fa parte delle sei arti che costituiscono la base dell’educazione aristocratica: riti, musica, tiro con l’arco, guida del carro, calligrafia e matematica.
Nella storia cinese, il periodo tra il 450 a.C. e il 221 a.C. è noto come il periodo degli Stati Combattenti. Durante questo periodo, il dominio sull’uso della violenza sfugge al controllo dell’aristocrazia, dando inizio a un ciclo di innovazione e cambiamento nei modi di condurre la guerra.
Il numero di soldati coinvolti nei combattimenti aumenta significativamente e l’obiettivo di ciascuna delle parti coinvolte diviene la completa neutralizzazione delle forze nemiche.
Nei ruoli di governo e nell’esercito aumentano progressivamente le figure professionali in proporzione alle posizioni onorifiche e il combattimento sui carri è reso obsoleto dalle balestre, dalle nuove tattiche e dalle prime unità di cavalleria.
Gli aristocratici, tuttavia, non smettono di praticare il tiro con l’arco.
Nel testo confuciano, il Libro dei Riti (Liji), si attribuisce importanza centrale al portamento anziché alla precisione, e questo è ribadito negli Analecta di Confucio:
“Il Maestro disse: Nel tiro con l’arco, non si dà importanza al penetrare la pelle del bersaglio, perché la forza delle persone è diversa. Questa è l’antica Via”.
Qui possiamo vedere come l’ottenimento della forma corretta fosse considerato, in quel periodo, un segno di coltivazione interiore.
Inoltre, il Lieh-Tzu / Liezi, un testo taoista scritto nello stesso periodo (probabilmente IV secolo a.C.), fa il collegamento inverso: afferma che perfezionare l’abilità nel tiro con l’arco può portare a uno stato mentale superiore.
L’arco rappresenta anche l’arma principale per i guerrieri e gli aristocratici giapponesi[2].
Durante il periodo Heian (794-1184), l’organizzazione militare passa dalla coscrizione all’impiego di guerrieri professionisti e uomini forti locali, un gruppo che, per molti ricercatori, si evolve in seguito nella classe dei bushi.
Non ci sono testi scritti sopravvissuti che descrivano le prime tradizioni di tiro con l’arco dell’aristocrazia pre-bushi [3]. Tuttavia, nel periodo Kamakura, i bushi mancano ancora di un’identità collettiva, quindi le tradizioni di questa proto-classe guerriera imitano quelle di corte (Bennet 2015[4]), e a questo riguardo esistono dati disponibili.
Nel periodo Kamakura, alle gare cerimoniali di tiro con l’arco partecipano cortigiani e guerrieri di rango, e l’enfasi, anche in questo caso, è posta sull’etichetta e l’equilibrio dell’arciere. Questa attenzione all’etichetta continua nelle tradizioni dei periodi successivi, comprese le tradizioni (ryu-ha) non legate al tiro con l’arco[5].
In Garcia (2019) [6], l’etichetta cerimoniale è associata a un “meccanismo di chiusura”.
Un gruppo sociale, in un periodo di rapida diffusione della propria pratica ad altri gruppi, crea i mezzi per riconoscere ciò che costituisce una “pratica genuina”, nel tentativo di tenere sotto controllo questa espansione. Nei due casi sopra menzionati, la forma viene utilizzata per distinguere tra “coloro che hanno il diritto di praticare/assistere alle arti marziali e i loro inferiori sociali”.
Non avendo mai praticato alcuna forma classica di tiro con l’arco, dovrei probabilmente classificare quanto scritto sopra come un caso sociologicamente interessante di convergenza nell’evoluzione delle arti marziali, o, speculando, si potrebbe anche pensare che i due casi possano persino avere una connessione storica vista la loro contiguità temporale e geografica.
Allo stesso tempo, non posso fare a meno di pensare che ci sia qualcosa di più.
La maggior parte dei praticanti di quelle tradizioni di tiro con l’arco non ha mai consapevolmente inteso di escludere gli estranei; si limitava a riconoscere che il modo in cui altri eseguivano quello che sulla carta era lo stesso compito era “il modo sbagliato” o “il modo giusto”.
Che sia giustificato da ragionamenti biomeccanici, dalla tradizione o dall’efficacia in uno scenario reale, tecnica/forma è uno dei principali punti di contesa nel Karate. Questo crea divisioni sia all’interno del singolo stile che tra stili diversi, e sono sicuro che molti praticanti esperti riconosceranno la strana sensazione di “qualcosa che non va” in un kata o in uno specifico movimento, ancor prima di essere in grado di rilevarne i dettagli tecnici. In altre parole, siamo in grado di distinguere quanto della nostra fissazione sulla tecnica è una osservazione funzionale e quanto è un meccanismo di chiusura per il Karate?
References
- (2012): Chinese martial arts: From antiquity to the twenty-first century. Cambridge University Press, 2012.
- (2018): The historical sociology of Japanese martial arts. Routledge, 2018.
- (1997): The Warrior as Ideal for a New Age. In: The Origins of Japan’s Medieval World: Courtiers, Clerks, Warriors, and Peasants in the Fourteenth Century, pp. 208–233, 1997.
- (2014): Inventing the way of the samurai: nationalism, internationalism, and bushidō in modern Japan. OUP Oxford, 2014.
- (1998): Armed martial arts of Japan: Swordsmanship and archery. Yale University Press, 1998.
- (2018): The historical sociology of Japanese martial arts. Routledge, 2018.


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